• Album & Singoli dell’anno 2015

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    Album dell’anno 2015

     


    1.
    VERDENA Endkadenz Vol. 1 & 2

    label Black Out
    180 g vinyl 2xLP (Vol. 1) + 180 g 2xLP (Vol. 2)

    Seguiamo la band dei fratelli Ferrari & Roberta Sammarelli dal loro primo album, datato 1999, ma senza coinvolgimento. A sorpresa, il loro ultimo very long playing ci ha invece rapiti.
    Un concept-album davvero vasto e nel contempo curato, che conta ben ventisei brani suddivisi in due volumi, usciti a distanza di qualche mese l’uno dall’altro. Scelta opportuna perché più funzionale all’ascolto ma le tracce dei quattro LP costituiscono un unicum organico.
    Enkadenz
    è la loro opera grande, è un insieme di suoni sintetici, distorti e potenti che si intrecciano fittamente. Costruiscono l’immagine di robuste colonne, alte e maestose, sulla cui superficie levigata colano verso il basso delle melodie sottili e luccicanti.

    Immaginiamo il lungo lavoro che ha avuto alle spalle un album così dimensionato, dalla stesura dei pezzi alla loro graduale forgiatura in studio, con le innumerevoli rifiniture e gli aggiustamenti…
    Il pentagramma di alcuni pezzi è costellato da drastici cambi di ritmo e di direzione sonora, scelte che attestano padronanza tecnica e sicurezza. Queste virate ci fanno anche scorgere, soprattutto quando è stato interposto un istante di silenzio, la scìa di suoni effettati che stavano viaggiando nascosti dai decibel degli altri strumenti.
    La voce graffiata e dall’eco metallico, un marchio di fabbrica, è ideale per raccontare il saliscendi delle tensioni emotive che questa musica vuole sprigionare. Altri due meriti da notificare sono l’originalità dei testi e la qualità della registrazione, che può essere goduta anche sul vinile (cosa rara dalle nostre parti, con LP stampati da fonte digitale senza una riconversione analogica almeno decente – vedi L. Einaudi).

    Non che tutti i ventisei brani siano speciali, alcuni riportano la band bergamasca al noise impastato e inconcludente del passato, ma quelli trascinanti sono la maggior parte e ci limitiamo a citarne solo qualcuno.
    Sci desertico
    lisergica, con chitarre gonfie di distorsione (>);
    Puzzle
    ci cattura per come si sviluppa, splendida nella sua mutante velocità (>);
    Vivere di conseguenza
    cantata a braccetto da Roberta e Alberto, ritmo alternato e dolcezza
    (>);
    Cannibale
    diretta e acida, con la voce che man mano si apre viene risucchiata dal vortice sonoro (>);
    Colle immane
    è un’esplosione di batterie e grancassa incredibili, ci spingiamo a definirlo il loro capolavoro.


    Alcuni spunti di elettronica impartiscono un impulso ritmico e potrebbero essere stati ispirati dai Blonde Redhead (ma nessun peccato, anzi).
    Numeri uno, con autorevolezza.

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    2.
    JACCO GARDNER Hypnophobia

    labels Excelsior (NL), Full Time Hobby (UK), Polyvinyl (USA)
    Available on vinyl LP in several editions: black, colored, with or without CD

    Prima di dire la nostra su Hypnophobia, ci sembra opportuno contestualizzare a grandi linee la musica di Jacco Gardner per dar modo, soprattutto agli ascoltatori più giovani, di avvicinarsi all’album con un orecchio più consapevole. E con l’occasione, parliamo anche di un grande compositore italiano.

    Gli anni ’60 sono stati un periodo in cui la musica psichedelica era dotata di una grande suggestione.
    Si provavano man mano varie strade, dal rock più sperimentale al baroque pop, che inseriva nei brani degli elementi orchestrali classici. Un’onda lunga e dalle mille sfaccettature che abbracciò anche i primi anni ’70.
    Avviene, ciclicamente, una riproposizione di quelle esperienze che, in quanto ad atmosfere, rimangono uniche e dunque difficilmente replicabili per un musicista tecnicamente bravo ma privo di quel famoso “tocco in più”.
    Tra i primattori odierni del pop barocco c’è sicuramente Jacco Gardner, polistrumentista olandese, che introduciamo attraverso un brevissimo confronto: l’intermezzo strumentale posto in chiusura della sua Outside forever ha una familiarità sorprendente col tema pricipale che nel 1973 Berto Pisano scrisse per La morte ha sorriso all’assassino, film di Joe D’Amato.
    Data la durata esigua di questi due frammenti, vi invitiamo a prendere un paio di cuffie, chiudere gli occhi ed assaporare l’atmosfera unica che liberano queste note.

    >>Outside forever (Final part)

    >> Greta (Parte 4)

    B. Pisano
    In Greta, ammiriamo come il Glockenspiel iniziale dia freschezza e spensieratezza, forse a voler dissacrare il racconto tragico della storia. Un pianoforte accompagna mano nella mano questa sublime melodia per lasciare spazio così presto ad un sassofono dolce e poi ad una voce suadente.
    Quel sassofono è divenuto uno dei tratti identitari di un modo di fare musica da film per certi autori nostrani, alcuni poco conosciuti al grande pubblico ma noti a musicisti e cineasti, come nel caso di Berto Pisano.

    Hypnophobia è un disco il cui legame col passato è chiaro e dichiarato. Come già avvenuto per l’album di debutto, Gardner offre una propria rappresentazione di quella musica (barocca, bucolica, psych-pop, prog) e lo fa onestamente, perché non ha pretese di originalità né di estemporaneità, e con stile, perché le sue doti di polistrumentista sono accompagnate da un orecchio capace di dosare bene il vasto armamentario a disposizione: mellotron, clarinetto, organo, una varietà di chitarre e bassi, uno studio in cui provare a piacere dissonanze e feedback.
    Per quanta perizia si possa mettere per ottenere un suono vintage, si sente quando un disco è stato invecchiato a tavolino. Lui ha risolto il problema evidenziando dei bellissimi refrain pop che vanno a dare un’anima contemporanea all’album.
    La sua musica riesce così a centrare più obiettivi: essere gradita da appassionati di una vasta fascia di età, esibire un proprio carattere e permettersi di pescare nel passato per creare un’atmosfera fiabesca e visionaria senza passare per nostalgica.
    Al lato A non spostiamo un capello, per il B c’è il rammarico di non veder sviluppato quel tema (che avete ascoltato qui sopra) in un brano che poteva prendere il posto dell’inutilmente lunga Before the dawn.

    >> Ascolta

     

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    3.
    BLUR The magic whip

    label Parlophone
    EU 2xLP De-luxe edition in g/fold sleeve with
    full colored inne rslv. & giant double-face poster

    Una bella stampa invoglia sempre all’ascolto, tanto più se del gruppo non usciva un album da dodici anni. Sul retro c’è una parte lucida in cui specchiarsi, penso per dirci “Anche tu eri più giovane l’ultima volta che ci siamo visti …mmm?”.
    Il nuovo incontro è affidato a Lonesome street e ci viene da pensare che nulla è cambiato.
    Invece già dal secondo brano la differenza con i Blur leggerini-ma-non-cretini si manifesta con una certa evidenza. Ricordiamo che a mò di la-la-laa finirono per diventare non solo i leader dell’ala indie-dance del britpop ma l’icona stessa del britpop.

    Non c’è male, New world towers (>) sta sfumando e con la voce di Damon Albarn oggi più gradevole, siamo molto curiosi del seguito. Il primo dei due vinili sancisce lo sperato cambiamento con i brani Ice cream man (>) e Thought i was a spaceman (>); il secondo LP riapre con la ballata quasi soul My terracotta heart (>) e segue con la solennità delle tastiere di There are too many of us (>). La sucessiva Ghost ship (>) ci meraviglia ancora di più: siamo trasportati negli States della soul-black music di fine anni settanta …dai Blur, incredibile.
    Pyongyang (>) dà inizio all’ultima facciata alternando un tema cupo e misterioso con parti molto aperte, col cantato che segue l’andamento a due fasi.
    L’album si congeda con un brano stupendo che è stato intitolato Mirrorball (>) e allora mi fermo per un attimo …penso che la mia supposizione dello specchio ha trovato la risposta che cercava nella sfera di cristallo! Ivece no, a pensarci quella è la crystalball, ma va bene lo stesso così, molto bene…

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    4.
    THE MACCABEES Marks to prove it

    label Fiction
    EU LP [also avl. on td. edition blue electric vinyl]

    In quarta fila facciamo accomodare i Maccabees, affini nel genere ai Blur (o ai Travis o ai Keane o ad innumerevoli altri). Tra i pochi in forma di quella “nuova ondata” britpop di inizio secolo, diremo, in quanto non ha senso relegare il brit solo agli anni novanta se tutt’oggi il modo di suonare rimane lo stesso.
    Nel caso dei Maccabees non troviamo alcuna evoluzione sostanziale come per Damon Albarn & Co. Anzi, a stupirci è che un album così classicamente inglese sia fecondo di armonie orchestrate con tale gusto, di melodie create ed amalgamate con un intreccio di suoni e piccoli effetti tutt’altro che scontato, pregevolezze mai riscontrate nei loro dischi precedenti.

    Anche qui aspettiamo il secondo brano per sentire cambiare il vento.
    Kamakura
    (>) alterna un pop morbido e musicale a lampi di sferraglianti chitarre.
    Sulla stessa pista energetica scheggiano Ribbon road (>) e Spit it out (>), lanciata da un piano elettrico che nella seguente Silence si trova invece a tracciare la scia da solo.
    La seconda facciata sbalordisce.


    Slow sun
    (>), cantata magistralmente e con quegli echi che, seppure cristallini, evocano la nobile malinconia del lungomare della loro Brighton;
    Something like happiness
    (>), fastosa;
    WW1 portraits (>), dal crescendo stellare;
    Dawn chorus (>), con chitarre e persino trombe, a chiudere un ritorno trionfale.

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    5. MODEST MOUSE Strangers to ourselves

    label Epic
    180 g 2xLP

    Il termine indie rock è diventato talmente generico e poco pertinente a ciò che dovrebbe rappresentare, che per descrivere il contenuto di questo album coniamo ironicamente l’espressione “musica saltellante”, perché questo è il risultato che i Modest Mouse hanno voluto ottenere: un suono pulsante e netto.
    La voce stridula e urlata-ma-non-troppo di Isaac Brock finge di fregarsene dell’ordine ragionato che le corre sotto velocemente; in realtà s’incastra in modo matematico tra gli strumenti. Il ritmo viene accentuato dalle tastiere che vengono mandate in parallelo alle batterie e reso ancora più spumeggiante da un set di effetti tra i più vari che echeggiano sullo sfondo in gran parte del disco.

    Accostamenti spontanei a Future Island e Pinback, cugini a dire il vero assai meni noti. Con questo album i Modest Mouse hanno superato in freschezza e bagliore il già ottimo e pluri-decorato Good news for people … che consolidò a suon di vendite il contratto con la Epic (una major, dunque …non si dovrebbe nemmeno usare indie!).

    Il disco si fa piacere facilmente.
    The ground walks, with time in a box (video), un bellissimo pezzo dance senza tempo;
    Lampshades on fire (video) è una hit istantanea;
    Shit in your cut (>), col suo giro pop di chitarra;
    Coyote (>), l’immancabile lento;
    Sugar boat (>), un altro pezzo trascinante;
    Wicked campaign (>), atmosferica.
    Il lato C giunge un po’ stanco e intricato come alcuni dischi del passato ma possiamo anche accontentarci del resto.

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    6. LOW Ones and sixes

    label Sub Pop
    USA 2xLP in g/fold sleeve

    Dopo il pregevole debutto I could live in hope del 1994, lo stile dei Low è stato assorto in un magma tiepido, essenziale nella scrittura e dall’impostazione elegante grazie a chitarre suggestive e ad una squisita modulazione di suoni e voci, ma caratterizzato da brani che avanzano con una lentezza estrema, o se vogliamo essere detrattori, non avanzano, con un tema iniziale che insisteva sino alla fine.
    Una “incompletezza” voluta e tenace che ha costruito intorno alla band del Minnesota un’ottima reputazione nello slowcore americano.
    Riappaiono con un album finalmente più mosso, non chissà quanto, ben inteso, ma decisamente interessante e moderno.
    Spicca da subito l’impiego dell’elettronica, con glitch e campionamenti a segnare il tempo. Qua e là pezzi dei Low vecchia maniera ne troviamo (Lies), non travolgenti ma stavolta anch’essi lentamente avvolgenti e comunque in minoranza rispetto al resto.
    Un bel disco che rappresenta una svolta . Vi invitiamo ad ascoltare in particolare:
    No comprende (>) per scoprire il loro nuovo volto;
    What part of me (>) tre minuti di dolcezza;
    Into you (>) … i Beach House conoscono bene i Low;
    Kid in the corner (>) semplicemente grandiosa.
    Scìe grigie e ruvide alla Radio Dept., alchimìe del synth: i Low sono diventati meno limpidi ma più concreti.

    In a musical landscape of overindulgence and audio compression, it certainly makes a change to hear a band for whom every strum and drumbeat sounds delicately poised.
    The Guardian
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    Singoli dell’anno 2015



    1.
    ALDEN PENNER Canada in space

    label City Slang
    5-trk. 12″ EP

    Produttore, autore di musiche da film e soprattutto ex-membro degli Unicorns (formazione canadese di cui ci eravamo persi il meraviglioso album Who will cut …), Alden Penner trova casa presso la City Slang e pubblica un vero e proprio Extended Play con cinque tracce di peso.
    Questa musica sviluppa una tensione cruda e densa, va ascoltata con attenzione e completamente prima di ossequiarla oppure respingerla.

    Breath to burn (>) è avanguardia new-wave;
    in Exegesis (>) amiamo il coraggio di suonare in modo difforme, inserendo stridori e dissonanze;
    I will sorprende per la voce efebica (>);
    Candy (>) intona un ritornello jolie per dare un tocco pop più dolce e per niente banale.

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    2. URIAN HACKNEY The box
    label Cold Busted
    USA 7″ *Ltd. edition* 250 copies only

    Vogliamo introdurre l’illustre sconosciuto parlando di una band che con la sua musica non c’entra nulla: i Death, nati e scioltisi nel 1976. Erano una formazione proto-punk di Detroit che uscì con un unico, scialbo 45 giri. Nel 2009 qualcuno lo ristampò e, per ragioni che non si sono mai capite, stavolta esplose facendo conoscere i Death anche oltre gli States. Ebbene, quei due ex-rockettari sgangherati sono il padre e lo zio dell’Urian che ora vi presentiamo.
    Abbiamo scovato questo esuberante debutto frugando pazientemente nella scena minore – ma vasta – del funk odierno.
    Caramel è un breakbeat sincero e impolverato, con rumbling bass e ritmo che trascina, synth lunare e poi wah-wah guitar, una delizia…
    Red circle è un’accattivante incrocio funk-rock dal sapore piuttosto oldies, con chitarre spavalde e quasi metalliche e una velocità maggiore.

    >> Ascolta

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    3. KIASMOS Swept EP
    label Erase Tapes
    4-trk. 12” incl. Gaunt

    Erase Tapes è la label per cui hanno inciso nomi noti dell’abstract-experimental music quali Nils Frahm e Peter Broderick, con sconfinamenti nel modern-classic à la Jon Hopkins soprattutto da parte del padrone di casa, Ólafur Arnalds, qui affiancato a Janus Rasmussen nei Kiasmos.
    Un EP che offre un lato A più orecchiabile e dolce ed un lato B per gli amanti dell’essenzialità.

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